Test di ingresso, servono veramente?

Il test di ingresso rappresenta spesso un momento di tensione per i giovani. E, spesso, non costituisce un reale momento di valida selezione delle matricole. Per averne dimostrazione, sia sufficiente osservare quanto accade alla Bicocca dove, per quanto concerne ad esempio la facoltà di Psicologia, 100 posti su 500 vengono riservati a margine di un colloquio che indaga il livello di consapevolezza nel percorso di studi. E si scopre così che a selezionare le matricole universitarie in base alla media dei voti delle superiori si ottengono risultati migliori di quelli che non potrebbero aversi con un comune test di ingresso.

L’esperimento condotto dalla facoltà di Psicologia, in altri termini, sembra funzionare. Qui dal 2012 i circa 190 studenti (su 1.000) che si sono iscritti ai corsi, grazie alla media volti più alta delle superiori (e dunque senza affrontare il passaggio al test di ingresso) sono andati generalmente meglio degli altri. Il livello di abbandoni è limitato addirittura a sotto l’1 per cento, e la media volti negli esami è superiore di 2 punti.

Ad essere molto soddisfatti sono anche gli stessi docenti. Sulle pagine del quotidiano La Repubblica, nell’edizione milanese, Maria Elena Magrin, presidente del corso in Scienze e tecniche psicologiche, ricorda che l’esperimento funziona, e che “sicuramente il voto di accesso conta, ma un ruolo fondamentale ce l’hanno i colloqui. Servono per testare il livello di consapevolezza nel percorso di studi. Cerchiamo di capire se hanno bene in mente cosa vuol dire un impegno universitario, chiediamo cosa fanno al di fuori dello studio, come affrontano il tempo libero. Insomma, selezioniamo persone consapevoli”.

In maniera ancora più dettagliata, elaborava il quotidiano, viene evidenziato che il 90 per cento degli studenti che sono iscritti a Scienze e Tecniche psicologiche, e il 97,5 per cento degli studenti iscritti in Scienze psicosociali per la comunicazione, selezionati lo scorso anno sulla base del merito, sono oggi in regola con gli esami. Un elemento che invece accade solamente al 65 per cento di coloro che sono invece ammessi con il test.

Guai però a pensare che tale modalità di selezione senza test di ingresso possa sostituire integralmente quella più tradizionale. Si tratta dunque di modalità che conviveranno, precisa la Magrin: “È bene essere chiari: chi fa il test non è di serie B. Noi teniamo molto al colloquio ma è giusto che rimanga anche la possibilità di entrare tramite la prova d’ingresso, penso ad esempio agli studenti che vivono lontano”. E voi che ne pensate?

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